Nel cuore dell’estate trasteverina, il 12 giugno 2025, si è tenuta l’inaugurazione della prestigiosa mostra Chiamata alle Arti, curata dalla Galleria Mucciaccia. Artisti provenienti dalle Accademie di tutta Italia hanno dato una veste tutta nuova al WeGil di Roma. Tra pittura, performance e installazioni, linguaggi artistici diversi hanno dialogato tra loro, offrendo una visione precisa dell’arte contemporanea emergente: un’arte ibrida, capace di rigenerarsi e di trasformarsi di pari passo con la storia.
L’Accademia di Belle Arti di Frosinone è stata presente con due opere profondamente diverse, ma accomunate da una forte volontà poetica: Cuore di Serenella Bozhanaj e le opere Senza Titolo di Erica Cicchini.
Cuore è un’installazione audio-visiva che si sviluppa come un flusso continuo di metamorfosi della vita di un cuore, individuale e astratto-universale, toccando le fasi dell’esistenza di ogni organismo: nascita, crescita, crisi, morte e rinascita. L’opera nasce dalla tesi di laurea di Serenella Bozhanaj sul paesaggio sonoro, che interpreta il suono come corpo mnemonico. Cuore si presenta come una scultura sonora ibrida che, tra arte classica e digitale, ricorda un epitaffio contemporaneo.
Serenella Bozhanaj opera con il paesaggio sonoro e la sintesi granulare, seguendo un’arte sonora cubista che scompone e ricompone la realtà in nuove trame da raccontare. Con Cuore dà voce a ciò che è invisibile: la corsa del sangue, degli atomi, il suono delle emozioni e delle esperienze di vita di ogni essere umano, attingendo anche alle prime esperienze sonore di un feto, percepite intorno alla venticinquesima settimana. In questa dimensione, anche il silenzio non è sinonimo di assenza, ma memoria latente e passaggio verso un altrove. Cuore diventa così materia e corpo vivo dell’eterno ritorno delle cose.
Le opere Senza titolo di Erica Cicchini esplorano il rapporto complesso e conflittuale tra l’uomo, il suo patrimonio architettonico e industriale, e la natura, che con una forza resiliente e ciclica riconquista progressivamente gli spazi un tempo dominati dalle strutture antropiche. Questo dialogo, inevitabile e spesso forzato, tra costruzioni umane e mondo vegetale si manifesta attraverso architetture abbandonate e dimenticate che subiscono una metamorfosi.
La natura, avanzando con la sua irrefrenabile potenza, non è semplicemente una vittima: è una forza viva e adattabile che, alterando l’estetica e il significato di questi luoghi, sovverte il dominio umano e riafferma il proprio spazio anche nei contesti più ostili. Da questo contrasto emergono paesaggi ibridi, non solo visivi ma anche metafore della contemporaneità. La tematica viene esplorata da Cicchini attraverso materiali che portano con sé la memoria di entrambi i mondi: il carboncino, con il suo legame con la terra, e gli acrilici, che evocano l’intervento umano. Memoria e trasformazione convivono sotto le forme spontanee della riconquista vegetale.