Libri in Accademia: Silvia Manca racconta Restituzione.

Dialogo su resti, eredità, gratitudini

Chi dona a chi? Con questa straordinaria riflessione si apre il secondo incontro della rassegna Libri in Accademia, nata dal dialogo tra l’Accademia di Belle Arti di Frosinone e quella di Macerata. Un interrogativo che introduce Restituzione. Dialogo su resti, eredità, gratitudini, di Maria Letizia Proietti e Silvia Manca e che, allo stesso tempo, ne costituisce il seme.

Un libro che è esso stesso un’eredità, che si snoda come un dialogo epistolare nato da un intreccio di domande, riflessioni e restituzioni reciproche, tra le due autrici, maestra e allieva.

Restituzione è un’eredità aperta, attraversata da pensieri, immagini, memorie, scarti e resti. Un testo mutevole, che esiste nello spazio tra due soggettività e continua a generare lasciti, anche oltre chi lo ha scritto, senza mai chiudersi in una forma definitiva, vivendo oltre la propria materia fisica.


Punto di riferimento è il pensiero di Jacques Derrida, per il quale ciò che lasciamo non è un possesso, ma un compito, una responsabilità. Ogni trasmissione implica scelte e così il resto non si lascia mai assorbire del tutto, ma continua a operare nel tempo.


Silvia Manca racconta come tutto abbia avuto origine da una domanda posta dalla sua maestra Maria Letizia Proietti: non «che cosa vedi?», ma «chi vede che?». Ciò apre un’altra idea di immagine: non oggetto da misurare, ma campo di tensione tra soggetto, inconscio e interpretazione. L’immagine diventa così il luogo di creazione di senso, rivelando continue riletture.


Proietti e Manca sembrano allora parlare di qualcosa che riguarda tutti: l’idea che il mondo intero sia un’eredità condivisa. Nulla nasce da zero o appartiene mai del tutto a qualcuno in senso univoco. Tutto è il risultato di un’esperienza plasmata da altre esperienze. Tutto si nutre e tutto è nutrimento. Ed è qui che si colloca l’idea di un’“omofagia cannibalica”, ossia: l’eredità non si trasmette semplicemente, ma si incorpora. Mangiare l’altro significa assimilare, contaminare e trasformare. Dunque, tutto appare fluido, perpetuamente segnato da tracce altrui, da “doni” che continuano a muoversi come resti invisibili.


Ed è proprio nello scambio tra maestra e allieva che questo pensiero assume un valore inestimabile. La maestra non consegna soltanto un sapere, ma deposita nell’altra uno sguardo, un modo di abitare il mondo. L’allieva, a sua volta, interpreta, trasforma e restituisce. Ciò che viene trasmesso si impreziosisce di nuovi sguardi, assumendo sempre forme nuove. La maestra, pur operando nell’ombra e “ruzzolando tra i resti”, trasforma il suo silenzio in uno spazio aperto, dove il senso continua a fluire. Come Visnù poggia sul serpente Śeṣa nella cosmologia hindu, ci dice Manca, così l’eredità si sostiene sui resti invisibili.

E quindi emblematica è l’immagine di due donne che si inchinano reciprocamente davanti a un dono: chi dona a chi? Chi è grata a chi? Il dono resta sospeso, non identificabile né del tutto appropriabile. L’eredità diventa così supplemento d’infinito e la restituzione un flusso sempre vivo, nutrito tanto da chi riceve quanto da chi dona.