M – Il figlio del secolo: lo spazio della mente tra arte e culto della personalità

Ci sono storie che non si lasciano raccontare attraverso le parole. Si insinuano nella mente per immagini e spezzano la linearità mediante spazi claustrofobici e luci fievoli. M – Il figlio del secolo è una di queste: un viaggio nei meandri della mente, dove l’arte è un punto di partenza per creare e una lente per comprendere.

Nel Teatro dell’Accademia di Belle Arti di Frosinone, lo scenografo Mauro Vanzati e l’arredatrice Anca Gabriela Rafan aprono il sipario su una delle serie tv più sperimentali degli ultimi tempi. Ad accompagnarci in questa scoperta, la prof.ssa Anna Maria Recchia, curatrice del seminario e docente di Scenografia.

Ispirata al romanzo di Antonio Scurati, M – Il figlio del secolo vede la regia di Joe Wright, regista inglese che, tra estetica magistrale e narrazione avanguardistica, ci stupisce ancora una volta. Dall’ascesa del Fascismo, fino al discorso di Mussolini in Parlamento dopo l’omicidio di Giacomo Matteotti, M. non è solo un racconto politico. E questo è il suo punto di forza. È una discesa intima nella mente di Benito Mussolini, un ritratto che esplora non solo le relazioni personali, ma che attraverso il linguaggio audiovisivo, svela la pericolosità insita nella brama di potere e nel culto della personalità.

Vanzati e Rafan si raccontano. «Quando si inizia, questo mondo ti cattura» dice lei, parlando dell’amore per il cinema e per l’arte. Mentre Vanzati racconta di un cammino che si è scolpito da sé. La loro formazione comune – che ha inizio proprio in Accademia di Belle Arti – emerge in M., dove ogni inquadratura è un’opera d’arte, un tributo alla pittura e in particolate alle avanguardie storiche.

Basti guardare Casa Sarfatti, simbolo di un’epoca in cui l’arte era sperimentazione pura. Non un semplice interno, ma un manifesto esemplificativo di innovazione artistica: dal Futurismo alla Metafisica, sino all’Art Déco. Un’opera vivente contaminata dal dinamismo di Robert Delaunay, dalle geometrie di Enrico Prampolini, nonché da Thaïs di Anton Giulio Bragaglia. Un tempio che riflette perfettamente Margherita Sarfatti, giornalista, critica e promotrice del Gruppo Novecento, movimento emblema della fusione tra estetica e identità.

Ma M. non si ferma qui. La regia di Joe Wright e il lavoro scenografico di Vanzati e Rafan affondano le radici nell’Espressionismo Tedesco. Straordinari dutch angles e contrasti esasperati ci fanno entrare nel delirio del leader fascista. Il titolo stesso, chiaro omaggio a M – Il mostro di Düsseldorf di Fritz Lang, si riflette in un’atmosfera cupa e tagliente. Ogni scena traduce lo stato mentale di Mussolini, fino all’apice in cui egli si ritrova faccia a faccia con una sua monumentale testa nera. Lì, dove il grottesco incontra il dramma, il potere non è altro che una farsa che sfocia in tragedia.

M – Il figlio del secolo non è solo ricostruzione storica, ma anche riflessione sul presente. La colonna sonora elettronica, le scelte visive e il culto della personalità suggeriscono inquietanti parallelismi con la nostra epoca. Nulla è casuale e puramente decorativo: ogni scelta visiva è una dichiarazione d’intenti.