Maddalena Carli, Vedere il Fascismo

Libri in Accademia

Il Fascismo utilizza l’arte, e in particolare le esposizioni, come strumento politico: l’arte stessa diventa un veicolo per la diffusione di messaggi ideologici, capace di raggiungere masse appartenenti a diverse classi sociali. A partire da questa prospettiva, Maddalena Carli sviluppa la sua analisi nel volume Vedere il Fascismo. Arte e politica nelle esposizioni del regime (1928-1942).

La ricerca dell’autrice ha origine in Francia, attraverso il dialogo con la storica Fanette Roche, e si concentra sul tema della decodificazione delle immagini mediante una lettura attenta e minuziosa delle fonti visive. Il titolo del libro riprende quello di un articolo del 1932 di Giuseppe Bottai, Vedere il Fascismo, pubblicato sulla rivista Critica fascista, in occasione della “Mostra della Rivoluzione Fascista” tenutasi a Roma nello stesso anno. In questo scritto, Bottai riflette sul potere con cui le immagini di influenzano l’uomo, colpendolo dall’esterno in modo immediato e profondo. Da qui prende forma il mito dell’“uomo nuovo”, pensato come progetto di trasformazione dell’individuo sia interiormente sia esteriormente.

Carli racconta come, a partire dal 1932, le mostre effimere e tematiche organizzate dal regime fascista siano state numerosissime, ponendosi in contrapposizione alle grandi rassegne istituzionali — Biennali, Triennali e Quadriennali — che costituivano le principali espressioni del sistema espositivo dell’epoca. Tra queste, la più significativa è la Mostra della Rivoluzione Fascista, una esposizione che si sviluppa lungo un arco temporale di due anni, dal 1932 al 1934, capace di registrare oltre quattro milioni di visitatori.

Oltre al successo di pubblico, la mostra assume un ruolo centrale anche nel panorama internazionale per il suo innovativo modello espositivo, affiancato a un solido impianto istituzionale che ne ha consentito il funzionamento per diversi anni. L’edizione del 1932, allestita per il decennale al Palazzo delle Esposizioni di Roma, presentava sulla facciata d’ingresso quattro fasci littori, evocativi delle ciminiere industriali e quindi del progresso e della modernità. L’allestimento interno richiamava inoltre il linguaggio di Marinetti e del Futurismo.

All’allestimento collaborarono artisti di primo piano, tra cui Mario Sironi, autore della sala dedicata alla Marcia su Roma. La mostra intendeva comunicare eventi storici e politici attraverso figure elementari e oggetti di memorabilia provenienti direttamente dalla popolazione, permettendo una duplice lettura tra documentazione storica e installazione artistica. Ne emerge un forte pluralismo estetico, in cui convivono scelte monumentali, come quelle di Piacentini, e soluzioni più sperimentali, come quelle di Albini o di Renzi.

Nel corso dell’incontro sono state mostrate numerose fotografie risalenti agli anni Trenta, sottolineando l’importanza di queste testimonianze come tracce tangibili della memoria storica, fondamentali per la sua salvaguardia e trasmissione alle generazioni future.

Tali allestimenti espositivi hanno inoltre posto le basi per lo sviluppo della nuova museografia contemporanea.